Catacombe

Sul mondo delle catacombe grava ancora oggi una certa quantità di luoghi comuni che dipingono queste suggestive necropoli ipogee, utilizzate dai cristiani dei primi secoli, come tristi scenari di morte, come teatri delle più cruente azioni persecutorie e come estremo rifugio di fedeli in fuga.
Questa oscura visione non corrisponde certamente allo spirito che aveva animato i primi cristiani, quando decisero di costruire dei cimiteri propri, ove deporre i fratelli di fede, come in una sorta di dormitorio (di qui la definizione koimeteria), in attesa della resurrezione finale.
Le catacombe, che desumono la loro definizione dal termine greco che tradotto significa: presso l'avvallamento, in relazione al complesso romano di S. Sebastiano sulla via Appia, non erano altro che cimiteri comunitari e non luoghi di rifugio.
Allo scadere del II secolo, le comunità cristiane trovano la forza e l'organizzazione per svincolarsi dalle sepolture delle aree pagane, di cui sino a quel momento si erano servite, come nei casi celebri di S. Pietro in Vaticano e di S. Paolo sulla via Ostiense, per creare delle aree proprie. In questo frangente muta completamente il concetto individuale delle sepolture e si solidifica quel "senso comunitario" che guiderà l'ideologia cristiana dei primi secoli. Negli stessi anni, ovvero alla fine del II secolo e agli esordi del seguente, i cristiani di Roma creano degli spazi funerari propri, talora gestiti dalla più alta gerarchia della Chiesa, come nel caso della cosiddetta "area prima" del complesso di San Callisto, il cimitero voluto da papa Zefirino (199-217) e affidato alle cure dell'allora diacono e futuro papa Callisto (217-222).
In tutto il mondo cristiano antico si sviluppa, dunque, il desiderio di creare delle aree cimiteriali comuni, se non altro per offrire a tutti i fratelli, anche ai meno abbienti, una degna sepoltura.
Uno spiccato senso comunitario guida, dunque, la genesi e la fortuna delle catacombe che, ben presto, soppiantarono l'uso di seppellire sopratterra, tanto che a Roma ne sono venute in luce una sessantina, mentre nel resto del suolo italico se ne contano altrettante. Nel Lazio, in particolare, si possono citare quelle di Bolsena, Soriano nel Cimino, Nepi, Sutri, Rignano Flaminio, Monteleone Sabino, Grottaferrata,  Albano e Valmontone.
Chi percorre le gallerie delle catacombe, si sofferma ad ammirare le ingenue decorazioni pittoriche, i sontuosi rilievi dei sarcofagi, i luminosi resti musivi, le ardite architetture scavate nel tufo; si emoziona dinanzi alle iscrizioni, ora semplici ed essenziali, sino ad essere ridotte ad un unico elemento onomastico, ora più complesse, quando vi si coglie un umano e nostalgico ricordo della persona cara.
La visione, che si presenta al visitatore contemporaneo, è fuorviante, lacunosa, frutto delle infinite incursioni dei vandali di ogni epoca, a cominciare dalle invasioni storiche, quando le catacombe, concludendo la loro vita funeraria, nel corso della prima metà del V secolo, mantennero esclusivamente il ruolo di sedi del culto martiriale. Tra il VI e il VII secolo, il pellegrinaggio nelle catacombe romane tocca le punte di maggiore afflusso e vede sfilare dinanzi ai sepolcri dei martiri gente d’ogni paese: la dinamica di questo “andirivieni” dei pellegrini, che prosegue fino al IX secolo, quando i resti dei martiri vengono traslati nelle basiliche urbane, si può desumere dagli itinerari lasciati dai devoti. Queste particolari "guide religiose”ci hanno tramandato itinerari multipli e circostanziati, che percorrevano tutto il suburbio romano, costellato da decine di santuari.

 

Scheda a cura di Lorenza de Maria