Vie romane: tecniche costruttive

Il sistema costruttivo di una strada romana era piuttosto complesso. Per prima cosa, venivano definiti i margini e scavata profondamente la terra per liberare la zona che successivamente sarebbe stata occupata dalla carreggiata. All'interno dello scavo si sistemavano quindi quattro strati sovrapposti di materiali diversi (viam sternere):
lo statumen, la massicciata di base, composta di blocchi molto grandi e alta non meno di 30 cm; la ruderatio, fatta da pietre tondeggianti legate con calce, il cui spessore non era mai inferiore a quello della massicciata; il nucleus, uno strato di grossa ghiaia livellato con enormi cilindri; il pavimentum, ossia il rivestimento, generalmente in grossi massi di silex, una pietra basaltica di eccezionale durezza e sostanzialmente indistruttibile: i "basoli", da cui la definizione di basolato per indicare la pavimentazione; la parte centrale della carreggiata era inoltre a schiena d'asino, per favorire il deflusso dell'acqua piovana lungo i marciapiedi per mezzo di cunicoli e canalette di scolo.
La larghezza media di una strada romana andava dai 4 ai 6 metri - eccezionalmente 10-14 metri - per permettere l'incrocio di due carri, a seconda dei luoghi e dell'importanza della viabilità; mentre i marciapiedi, di terra battuta oppure lastricati, erano larghi dai 3 ai 10 metri per parte.
Ponti e viadotti permettevano di superare fossati e corsi d'acqua; abbreviando i percorsi, essi evitavano di disegnare larghe curve fatte di salite e discese in opposte direzioni.
La capacità di virata degli assali anteriori dei carri imponeva il raggio di curvatura tra i 5 e gli 8 metri, mentre le pendenze massime non dovevano superare il 20%